Spazio di collaborazione

PREMESSA:

LA COMUNICAZIONE DELLA SCIENZA, DALLA DIVULGAZIONE ALLA PROPOSTA EDUCATIVA

Le strategie comunicative più diffuse puntano alla trasmissione del risultato del lavoro scientifico e delle sue possibili applicazioni: un approccio che lascia poco spazio alla riflessione perché offre l'immagine di una conoscenza scientifica come processo automatico che conduce al raggiungimento della soluzione solo in virtù del particolare metodo applicato. Per evitare che la scienza diventi "autoreferenziale", producendo uno scarso impatto sul pubblico, si rende, invece, necessario recuperare la capacità di comunicare la genesi e l'esperienza della ricerca scientifica, ricostruire, cioè, il processo che lega il problema alla soluzione, passando attraverso l'indagine

Comunicare la ricerca scientifica, e non solo la scienza, si configura, quindi, come un impegno ancora più complesso, in quanto richiede di trasmettere al pubblico, non tanto e non solo, assiomi e teorie riconosciute dalla comunità scientifica, ma anche i processi attraverso cui determinati principi prendono forma. Significa avvicinare il pubblico al metodo scientifico, oltre che al contenuto; trasferire significati oltre che regole.

Per contro, forse per una scarsa abitudine a organizzare la conoscenza in modo da poterla recuperare e applicare in situazioni nuove della vita quotidiana, l’apprendimento delle scienze viene spesso considerato troppo complesso, tanto da far riscontrare una sostanziale diminuzione delle iscrizioni alle facoltà scientifiche.

Pertanto, il ruolo del divulgatore, ma anche, potremmo dire, di un buon educatore, non deve consistere solo nell’insegnare la fisica, la biologia, la matematica, …, ma deve risiedere anche, e soprattutto, nel diffondere una cultura scientifica, nel trasmettere la comprensione del metodo, di come la scienza opera e si pone di fronte a un problema.

IL PUNTO DI VISTA DEL RICERCATORE

  Il modello convenzionale di divulgazione scientifica adottato in passato era basato sull’accettazione dell’esistenza di un gap cognitivo che separa il cittadino medio dal ricercatore che a sua volta aveva il compito e la responsabilità di colmare questa distanza. Successivamente, in un modello di divulgazione detto di “public understanding of science”, il ricercatore “benevolmente” accettava di travasare dall’alto verso il basso le proprie competenze verso il pubblico, più o meno (scientificamente) colto, che ancora manteneva un ruolo passivo. Tuttavia in questo caso, grazie alla semplificazione degli argomenti e all’uso di metafore, già si puntava a innescare un circuito virtuoso tra conoscenza trasmessa e maggiore interessi scientifici suscitati nell’uditorio.

Più recentemente, invece, ci si orienta verso modelli divulgativi basati su di un dialogo in condizioni “quasi paritarie” (Dialogue model) con il quale si intende stabilire un reale spirito di comunicazione, in aggiunta biunivoca, in cui ciascuno contribuisce con le proprie competenze e le proprie esperienze. I destinatari della comunicazione non sono contenitori vuoti e passivi ma soggetti con cui dialogare che, in alcuni casi, potranno positivamente contestualizzare il messaggio scientifico nella propria realtà ed esperienza personale portando contributi positivi al progetto di divulgazione/comunicazione (Bencivelli, 2013).

Da questo ultimo approccio emerge anche la necessità di rapportarsi con l’uditorio usando mezzi di comunicazione differenziati in base all’interlocutore: rete, video Youtube, social network e l’uso dell’’inglese per i più giovani e infine metodi di comunicazione più convenzionali (... ma non solo) per eventuali interlocutori più avanti con l’età.

IL PUNTO DI VISTA DEL GIORNALISTA SCIENTIFICO 

Qual è il fine della divulgazione? A questa domanda, avanzata a Piero Angela durante un’intervista (Menichella, 2006), egli rispose: “E’ quello di “accendere” i cervelli delle persone. […] bisogna “accendere” a domicilio il cervello dei telespettatori o dei lettori, creare in loro uno stato di attenzione e di emotività”.

Proseguendo nell’intervista - raccolta nel libro “Professione Divulgatore” - Piero Angela parla di una “nobile” emotività coinvolta nella divulgazione scientifica, stimolata dalla tecnica del racconto, dall’uso del fumetto e del cartone animato e dall’impiego della grafica. Ossia, un buon divulgatore deve saper utilizzare tutti quei mezzi per rendere il messaggio chiaro e interessante, con l’obiettivo di far vedere al lettore la scienza che è dentro ad argomenti e problematiche spesso quotidiani.

Considerazioni analoghe possono essere avanzate in merito all’educazione scientifica nelle scuole, infatti, nei giovani vi è una propensione generale a concentrarsi solo sul “fenomeno naturale”, ad acquisire i contenuti proposti dal docente, trascurando la comprensione del processo che determina l’evento ed il contesto entro cui si inserisce. Thomas Settle, storico della scienza e collaboratore dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, a tal proposito sostiene: "To me a good scientific education would require developing in the student a knowledge of what was known, what is now known or only partially known or not known, and what the openings for the future might be. They need to be provided with a sense of the processes whereby the sciences renew and upgrade themselves […]".

Ed è per tali ragioni che Piero Angela, che può essere definito uno dei più grandi divulgatori dei nostri anni, ama particolarmente incontrare e apprendere dai ricercatori e dalle loro tesi per poi tradurle al pubblico. Concludiamo con una sua considerazione molto significativa: 

“[…] una cosa che mi ha colpito molto sin dall’inizio della mia carriera è la prudenza con la quale i ricercatori esprimono le proprie convinzioni. Sappiamo che in politica chi ritiene di essere nel giusto proclama le proprie tesi come verità indiscussa; un ricercatore, invece, quando ritiene di trovarsi sulla strada buona, dice <Si potrebbe formulare l’ipotesi che …>. Esistono alcuni libri importanti che mi hanno “acceso” il cervello; però mi sono reso conto che la cosa in tal senso più redditizia è parlare direttamente con i ricercatori, perché questo permette di approfondire meglio i singoli punti”. 

Bibliografia

Bencivelli S., De Ceglia F.P. (2013). Comunicare la Scienza. Carocci Editore

Bucchi, M. (2003). Public Understanding of Science. In Storia della Scienza, vol. IX. Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, pp. 811-817

Menichella M. (2006). Professione Divulgatore. SciBooks