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Plastica

Un materiale resistente per oggetti usa e getta!

La plastica ha invaso silenziosamente le nostre vite, rendendosi rapidamente indispensabile. L'uomo ha sintetizzato i vari tipi di resine plastiche (i) di cui ci circondiamo per le sue caratteristiche di durevolezza e resistenza, ma ha finito per impiegarle nella maggior parte dei casi per realizzare oggetti “usa e getta”. Un controsenso di cui l'ambiente sta pagando il prezzo. Infatti, essendo un materiale realizzato dall'uomo, lo si trova in natura solo come rifiuto.

I 7 tipi di plastica più diffusi sono i seguenti:
PET – per le sue proprietà termiche e di barriera al gas e al vapore è ideale per contenitori di bibite gasate e di cibo da scaldare in microonde;
HDPE – per contenitori destinati a cibi o bevande non gasate, contenitori opachi per detergenti e saponi, yogurt e per le buste di cereali;
PVC – usato per giocattoli, packaging vario, per le bottiglie di olio da cucina, per le tende da doccia e per tubi da idraulica; produce diossina nel processo di fabbricazione;
LDPE – usato soprattutto per le buste del pane e dei cibi congelati, per molte pellicole per cibi e bottiglie schiacciabili;
PP – polipropilene usato per molti contenitori opachi per cibi e medicine, cannucce e biberon;
PS – polistirene, usato in molte confezioni rigide per cibi come uova, posate di plastica, contenitori per take-away e per le custodie dei compact disc; rilascia lo stirene, sostanza che imitando l'estrogeno, ormone femminile, scompensa l'equilibrio endocrino, provocado problemi riproduttivi e di sviluppo;
ALTRI – esistono molti altri tipi di plastica, dal policarbonato, una plastica considerata pericolosa (i), alle nuove plastiche biodegradabili.

La stima attuale della produzione mondiale di plastica annua parla di 300 milioni di tonnellate con un aumento stimato nell'ordine del 5% annuo (Simoneit, 2005)!
 
Poiché non tutti i cittadini hanno a disposizione sistemi organizzati di raccolta differenziata e riciclaggio della plastica (i), molta di quella annualmente prodotta dall'uomo finisce per essere abbandonata nell'ambiente e, in ultima analisi, riversata in mare.
 
La presenza di oggetti e frammenti di plastica in mare (i), oltre ad avere un impatto estetico sull'ambiente, rappresenta un pericolo per molte specie marine che possono ingerirla (i).
 
Inoltre, la plastica abbandonata in mare, sottoposta agli agenti atmosferici e alla salsedine, oltre all'azione meccanica delle onde, si frantuma in pezzi sempre piu' piccoli, che rimangono in sospensione negli strati piu' superficiali degli oceani, mescolandosi al plankton ed entrando facilmente nella catena alimentare marina.
Recenti studi hanno dimostrato che  la degradazione delle plastiche accumulate in tutti i mari e oceani a livello mondiale e la combustione a bassa temperatura di rifiuti contenenti plastiche producono a loro volta nuovi tipi di composti, non riscontrabili in natura e potenzialmente tossici o cancerogeni.
 
Per esempio, in schiume di polistirene (PS), tipicamente utilizzate per gli imballaggi, si riscontrano livelli molto elevati di idrocarburi policiclici aromatici (PAHs, Polyclyc Aromatic Hydrocarbons). Elevate concentrazioni di PAH si osservano anche nei micro-frammenti (debris) di plastiche raccolte sulle spiagge o in mare che a loro volta operano come assorbitori (e quindi concentratori) di una serie di altri inquinanti presenti nell'ambiente (Rochmann et al. 2013) e mescolandosi con il  plancton entrano quindi nella catena alimentare che porta all'uomo. Di particolare interesse e preoccupazione è poi il dietilesilftalato (DEHP, diethyl hexyl phtalate) in quanto carcinogenico e distruttore endocrino (Simoneit et al. 2005).
Inoltre importante è la presenza nelle plastiche di metalli tossici quali soprattutto Cadmio (Cd) ma anche Piombo (Pb), Cromo (Cr) e Mercurio (Hg)  (Vogl et al., 2010), tipicamente utilizzati per la colorazione e la stabilizzazione delle plastiche oppure per regolare la plasticità di tutta una serie di prodotti (Tammadon e Hogland, 1993).
 
A quanto sopra va aggiunto l'uso sempre più frequente da parte dell'industria automobilistica di prodotti plastici ricoperti da metallo nei veicoli più moderni (Xue et al. 2012). E' necessario attrezzarsi affinché questa grande massa di prodotti misti non venga riversta nell'ambiente ma opportunamente riciclata alla fine vita del veicolo.
 

Molti ecologisti sono attivi in tutto il mondo per sensibilizzare l'opinione pubblica sul problema dell'inquinamento degli oceani da plastiche, e propongono una serie di rimedi che si basano in generale sulla diffusione di una nuova cultura del rispetto dell'ambiente a partire dal singolo individuo. Rifiuti Zero o Zero Waste, per esempio, è una strategia che si propone di riprogettare la vita ciclica delle risorse in modo tale da riutilizzare tutti i prodotti, facendo tendere la quantità di rifiuti da conferire in discarica allo zero, contrapponendosi alle pratiche che prevedono necessariamente un processo di incenerimento o discarica. Il processo assomiglia al riutilizzo delle risorse fatto dalla natura. O ancora una possibile alternativa alle resine plastiche derivate da petrolio possono essere le nuove bioplastiche che lentamente si stanno affacciando sui mercati internazionali, il cui vantaggio principale consiste proprio nel risparmio di combustibile fossile.

In realtà qualche segno positivo si vede, come illustra con dovizia di particolari Carlo Petrini in un articolo (vedi letture consigliate) apparso sul quotidiano La Repubblica (del 28 Febbraio 2014) in cui si evidenzia l'atteggiamento molto positivo degli Italiani a fronte delle indicazioni del Parlamento Europeo che ha emanato nuove direttive per un drastico ridimensionamento nell'uso delle buste di polietilene (da 500 a 1000 miliardi consumati ogni anno a livello mondiale.

Viste queste premesse, come sarà il futuro dei nostri mari? BELLO... oppure ... BRUTTO???

Bibliografia

Rochman, C.M., Manzano, C., Simonich, S.L., Hoh, E.  (2013) Polystyrene plastic: a source and sink for polycyclic aromatic hydrocarbons in the marine environment, Environ Sci Technol. 47(24):13976-84. doi: 10.1021/es403605f. Epub 2013 Dec 3.(2013) et al.

Simoneit, R.T. Medeiros P.M., Didyk, B.M. (2005)  Combustion products of plastics as indicators for refuse burning in the atmosphere. Environ. Sci Technol. 39 (18):6961-70.

Tammadon, F., Hogland, W. (1993) Review of cadmium in plastic waste in Sweden. Waste Manag. resourc. 12: 875-884

Vogl, J., Koenig, M., Pritzkow, W.,  Riebe, G. (2010) Development of reference procedures for the quantification of toxic metals and S in plastics. J. Anal. At. Spectrom. 25: 1633-1642

Xue, M., Li, J. e Xu, Z.  (2012) Env. Sci. Technol. Environmental Friendly Crush-Magnetic Separation Technology for recycling Metal-Plated Plastics from End-of-Life Vehicles. 46: 2661-2667

 
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Dal punto di vista chimico, la plastica consiste in grandi macro-molecole chiamate polimeri, composte di segmenti che si ripetono, chiamati monomeri, con una struttura a base di carbonio.
Il policarbonato rilascia bisfenolo A associato a danni alle ovaie, riduzione nella produzione di sperma nei maschi, inizio precoce della pubertà, alterazioni nelle funzioni immunologiche fino al cambiamento di sesso nelle rane.
Un crescente numero di cittadini ha la possibilità di conferire in un unico contenitore diversi tipi di resine plastiche, che successivamente vengono raccolte e portate ad un impianto che le suddivide su linee diverse per ottimizzare il valore del prodotto. Le plastiche vengono quindi ridotte in piccole parti (flake o pellet), lavate per rimuovere possibili inquinanti e quindi vendute alle industrie manifatturiere per la realizzazione di nuovi prodotti. In Italia, nel 2011, il tasso totale di recupero di imballaggi è stato di circa il 37% (riferito solo ai rifiuti post consumo), secondo le stime di Consultic.
Nel 1997, il velista e ambientalista californiano Charles Moore ha per la prima volta individuato una vasta area di accumulo di rifiuti plastici all'interno del Giro Subtropicale del Nord Pacifico (un noto vortice di correnti che si muovono lentamente in senso orario, di vaste dimensioni), denominata Eastern Garbage Patch, caratterizzata da concentrazioni molto elevate di rifiuti consistenti al 90% in plastica in gran parte ridotta in minuscoli frammenti, per una profondità di circa 10 metri dalla superficie dell'oceano.
In un resoconto del 2006 di Greenpeace, Plastic Debris in the World's Oceans, si afferma che oltre 267 diverse specie marine sono in pericolo a causa dell'ingestione di oggetti di plastica. Secondo le stime di Greenpeace, circa l'80% delle popolazioni di uccelli marini ingeriscono plastica, scambiandola per cibo. La maggior parte delle morti è associata a soffocamento o malnutrizione a causa di un accumulo di plastica nello stomaco.